Il vicino infame è la famiglia del piano di sotto. Già di per sé convivere con loro è un’esperienza mistica: i bambini sembrano posseduti da uno spirito antico e vendicativo, urlano a ogni ora del giorno e della notte e, nonostante stiano sotto di noi, li sentiamo correre. Non so come sia possibile. Devono aver installato un tappeto elastico sotto il parquet, o una palestra clandestina. Però, vabbè, uno dice: “Sono bambini, chiudo un occhio”. E pure l’altro, quando voglio dormire.
Il vero problema è il padre. Da quando è nato mio figlio — sei mesi, un fagottino d’amore che ancora non sa neanche reggersi la testa da solo — ogni volta che ci incrocia sulle scale parte con i suoi sermoni apocalittici.
La scena è sempre la stessa: noi usciamo tranquilli, passeggino, borsa, aria felice di chi sta cercando di sopravvivere ai primi mesi di genitorialità. Lui sbuca dal nulla, come un NPC programmato male.
“Aah, uscite tutti e due? Che romantico,” dice con quella voce che sembra il trailer di un film drammatico degli anni ’90. “Godetevela, eh… che presto finisce.”
Oppure: “Bel bambino… godetevelo adesso che è piccolo. Poi vi aspetta l’inferno.”
E lo dice serio, guardando nel vuoto come se stesse ricordando scene di guerra.
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