Salgo in auto e inserisco la retro.
Bip. Bip.
I sensori anteriori mi avvisano che il muso è ormai fuori dal garage, sterzo a destra, metto la prima e parto.
Dopo pochi metri…
Beep… beep… beeeeeeeeeeeeeep.
I sensori posteriori.
Ma che cazz… sto andando avanti, cosa c’è dietro?
Pum. Pum. Pum.
Qualcuno sta battendo con forza sul lunotto.
Scendo dall’auto, ancora accesa.
Davanti a me compare il signor Fredericksen, il sovrano incontrastato del vano garage, vestito con una salopette di velluto verde sopra un maglione natalizio rosso e bianco.
«El me scusa» mi dice, dandandomi incredibilmente del Lei.
«Buongiorno… è successo qualcosa? Mi batteva sulla macchina. Guardi che se si mette dietro mentre faccio manovra rischio pure di investirla.»
Sogghigna soddisfatto.
«Sì sì… intanto bon Nadàe… dopo volevo chiederve se lù ga fiòi.»
Mi chiede se ho figli.
Sono dieci anni che mi incontra e, per la prima volta, non mi domanda se sono il marito della signora Cengio.
«Sì, eccoli qua, sono seduti dietro.»
Dentro di me penso già che stia per rimproverarmi perché magari hanno respirato troppo vicino a casa sua.
Invece continua.
«Volevo dirte che go una bicicleta in garage… la xè de me nevoda che la xè vegnùa granda e no la usa più.»
«Ah, grazie, ma credo che sua nipote abbia più o meno l’età di mia figlia.»
«No no, la xè più granda… la ga undese… tredese ani passà.»
Undici… tredici… più o meno.
«Guardi, adesso sto portando i bambini a fare gli auguri ai nonni. Se vuole passo più tardi e la guardo. Grazie intanto.»
So già che, se scendo dalla macchina, non riuscirò più a ripartire prima di mezz’ora.
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