Sono partito dal paradiso, ho trascorso più di un anno all’inferno e alla fine sono diventato io il vicino da incubo. Oggi regna nuovamente la pace, ma soltanto perché quelli del piano di sotto hanno capito che potrei essere molto peggio di loro.
Prima una premessa: di ristrutturazioni me ne intendo. Ho seguito personalmente il rifacimento completo di un appartamento di mia proprietà, progettando muratura, mobili, scala e ampliamento del solaio. Ho anche svolto parecchi lavori manuali, quindi dai rumori riesco a distinguere una mattonella tagliata da un parquet laminato.
Quando mi trasferii a casa della mia compagna, trovai il paradiso. Sopra vivevano due anziani silenziosissimi, sotto non abitava nessuno. Nessun rumore, nessuna lamentela, calma assoluta.
Poi qualcuno acquistò l’appartamento al piano inferiore.
Era l’ottobre del 2018 quando iniziarono i lavori. Nessun avviso in bacheca, nessuna indicazione sulle tempistiche, soltanto martelli, trapani e demolizioni. Scoprii che sarebbe venuta a viverci una coppia sulla quarantina e che lei era architetta. Pensai subito che avrebbe chiamato imprese diverse in momenti diversi, allungando inevitabilmente i tempi.
Purtroppo ci avevo visto giusto.
A volte sentivo quattro o cinque persone lavorare contemporaneamente, altre volte un unico martello che procedeva con la velocità di una goccia cinese. Passarono due mesi, poi quattro, poi sei. Arrivò l’estate e stavano ancora demolendo, tagliando e trapanando.
Lavorarono il 24 dicembre fino alle 18:30, il pomeriggio del 31 e la mattina del 2 gennaio. Le fasce di riposo erano considerate un’opinione e nessuno aveva ancora comunicato una data indicativa per la fine.
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