Quando Ivano e Loretta hanno lasciato il nostro palazzo, sembrava quasi che fossimo noi a doverci vergognare di essere rimasti in città.
Erano una coppia sulla sessantina, educati, discreti, forse un po’ snob, ma mai problematici. Due anni fa avevano venduto l’appartamento e comprato un casale in collina, convinti di aver trovato il posto in cui trascorrere il resto della loro vita.
“Orto, camino, aria pulita e nessun vicino attaccato alle pareti”, ripeteva Ivano. “Finalmente sentiremo soltanto la natura.”
Il giorno del trasloco salutarono tutti come se stessero partendo per il paradiso. Nei mesi successivi tornavano ogni tanto per qualche pratica e ogni volta portavano uova fresche, formaggi comprati dal contadino e nuovi racconti sulla loro vita perfetta.
“Al mattino ci svegliano gli uccellini.”
“La gente è più vera.”
“Abbiamo persino imparato a fare il pane.”
Poi, dopo circa un anno, una mattina ho aperto la porta e li ho trovati di nuovo sul pianerottolo, circondati dagli scatoloni. Ivano aveva lo sguardo spento, Loretta continuava a massaggiarsi nervosamente una palpebra.
Erano tornati a vivere nello stesso palazzo, soltanto due piani più in basso.
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