L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Palestra clandestina

Quando mi sono trasferito qui pensavo di aver trovato finalmente un posto tranquillo.
Una di quelle palazzine di periferia costruite male ma dignitose. Tre piani, sei appartamenti, garage sotto. Tutti lavoratori, gente che si saluta senza fare troppe domande.

Il primo mese è stato normale. Silenzio, qualche porta che sbatte, il rumore del cancello automatico.

Poi sono iniziati i colpi.

All’inizio sembravano lavori.
Metallo contro metallo. Un tonfo secco. Poi un altro.

Verso le sei di sera.

Non ci ho fatto caso. Nei garage la gente fa di tutto. Sistema scaffali, sposta roba, martella.

Solo che quei colpi sono diventati più frequenti.

Ogni giorno.

E poi sono arrivati i respiri.

Non so come spiegarlo meglio. Era il suono di qualcuno che spinge forte, che sforza il fiato. Un respiro corto, tirato. E il colpo. Sempre quello.

Clang. Clang.

Una sera scendo per buttare la spazzatura e vedo la serranda del garage di fronte mezzo aperta. Dentro c’è luce.

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Mi avvicino.

Il vicino del piano terra, quello nuovo arrivato da pochi mesi, sta sollevando un bilanciere.

Non è una palestra vera. È un garage. Cemento nudo, lampadina appesa, due panche vecchie, pesi arrugginiti.

Lui mi vede e annuisce con la testa. Non dice niente.

Io faccio lo stesso e me ne vado.

Penso che uno si arrangia come può.

Nei giorni dopo però succede qualcosa.

Cominciano ad arrivare altre persone.

Prima uno. Poi due.

Ragazzi grossi, tatuaggi sulle braccia, canottiere anche quando fuori fa freddo. Scendono nel garage, serranda mezza chiusa, musica bassa che filtra fuori.

Il rumore dei pesi diventa continuo.

Clang. Clang. Clang.

Alle sette, alle otto, alle nove…

La prima a lamentarsi è stata la signora del primo piano.
Vedova, sessant’anni, sempre molto educata.

Una sera lo ha fermato nel cortile.

Gli ha detto con calma che sotto casa sua il rumore rimbomba tutto.

Lui l’ha guardata senza rispondere.

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Poi ha detto solo una cosa.

“Se ti dà fastidio chiudi le finestre.”

E se n’è andato.

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