A quel punto, mi sono detto: “Forse è una prova divina. Tipo Giobbe 2.0, versione condominiale.”
Perché non c’è altra spiegazione al fatto che, puntualmente, ogni giorno, lo spettacolo inizi con la precisione di un orologio svizzero e finisca con la stessa grazia di un concerto di pentole rovesciate.
Il cane, ormai, è diventato una figura mitologica del quartiere: metà beagle, metà tromba d’aria. Quando non abbaia, raspa. Quando non raspa, rosicchia. Quando non rosicchia, probabilmente sta solo prendendo fiato per il prossimo assolo.
E i suoi umani? Loro sono l’immagine perfetta della serenità zen. Non un gesto, non uno sguardo. Immobili come statue di sale davanti al sacro schermo del cellulare, mentre intorno a loro si consuma l’apocalisse sonora.
L’altra sera, ho provato la via diplomatica: un piccolo colpo di tosse dal mio terrazzo, giusto per far notare la mia presenza. Nessuna reazione.
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