Alla fine, l’uomo non ce la fa più. Senza dire una parola, si alza, ringrazia con un cenno appena visibile e se ne va. Così, in silenzio, tra lo sconcerto generale. Dopo qualche minuto, anche altri condomini lo imitano, fino a che nell’androne rimangono solo lei — la signora dell’entusiasmo coatto — e una sua amica, che si sbafano la torta rimasta e si finiscono il prosecco fino alle nove, forse dieci di sera, ridacchiando e commentando “come sono strani certi tipi”.
La mattina dopo, la si sente già sulle scale, a voce alta come sempre, lamentarsi con chiunque incontri.
“Quel beccamorto… ma si può essere così cafoni? Io gli organizzo una festa e lui se ne va! Un ingrato, ecco cosa!”
Il tono è quello di chi si crede un’eroina incompresa. Qualcuno finge di annuire, altri tirano dritto.
Tre giorni dopo, però, la sorella dell’uomo — che passava regolarmente a trovarlo e a dargli una mano con i mestieri di casa — lancia l’allarme: non risponde al telefono, non apre la porta. Arriva l’ambulanza. Lo portano via, vivo ma privo di sensi.
Non si sa ancora con certezza se abbia avuto un infarto o, come molti nel condominio sospettano, abbia provato a farla finita.
Da allora, quando la signora passa per le scale e alza la voce, la gente si chiude in casa. Nessuno ha più voglia di prosecco nell’androne.
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