Sopra quella stanza viveva un ragazzo giovane, più o meno della mia età, sui ventinove o trent’anni. Ogni giorno sentivamo lo stesso rumore: una serie di salti, una pausa e altri salti per tornare indietro.
Tun. Tun. Tun.
All’inizio abbiamo lasciato perdere. Poi la cosa ha continuato a ripetersi per giorni, sempre mentre cercavamo di lavorare, e abbiamo cominciato a chiederci che cosa stesse facendo.
Allenamento? Esercizi? Una strana forma di ginnastica domestica?
Alla fine decido di salire e suonare. Mi apre sua madre, che in quel momento era lì per aiutarlo con le pulizie. Le spiego gentilmente che stiamo lavorando entrambi da casa e che da diversi giorni sentiamo dei forti salti provenire dal loro appartamento.
Lei, molto tranquilla, mi risponde:
“Ah, è mio figlio. Si è slogato una caviglia.”
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