Dopo un po’ non ho più retto. Ho spento il decespugliatore, mi sono girata e gli ho chiesto:
“Hai bisogno di qualcosa? È da mezz’ora che mi guardi.”
Lui ha risposto con aria infastidita:
“Ti do fastidio?”
“Se resti lì a fissarmi mentre lavoro, un po’ sì.”
“Dove sono io è proprietà privata. La strada è mia e faccio quello che voglio.”
L’ho guardato, poi ho indicato il terreno sotto i miei piedi.
“Perfetto. E io sono a casa MIA e sto tagliando la MIA erba. Posso continuare oppure devo chiederti il permesso?”
Non ha risposto. È rimasto lì fino a quando ho terminato di ripulire proprio quella parte del cortile, poi se n’è andato. Evidentemente il suo compito era controllare che non spostassi la recinzione, non trafugassi il terreno o non compissi qualche manovra clandestina con il Kawasaki.
Forse sperava di innervosirmi e farmi sbottare, ma con me ha scelto la persona sbagliata. Non ho intenzione di farmi intimidire dentro casa mia, però da allora, quando lavoro in quel punto, tengo il telefono a portata di mano e faccio attenzione a ogni movimento.
La foresta è stata eliminata, il muro è ancora dov’era trent’anni fa e i famosi diciotto metri non si sono mossi di un centimetro.
In compenso, adesso hanno anche un sorvegliante.
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