Mi sono armata di coraggio e del mio decespugliatore Kawasaki, un affare talmente grosso che, quando l’ho comprato, mio cognato mi ha chiesto:
“Ma cos’è? Hai deciso di tagliare l’erba per tutto il paese?”
“Perché?”
“Quello ha quasi più potenza della tua moto e pesa sei cristofori.”
Aveva ragione, ma almeno contro quella giungla serviva un’arma adeguata. Così ho acceso il mostro e ho cominciato a ripulire il cortile, finché dalla casa di fronte è uscito il figlio più giovane del vicino.
Si è fermato a una decina di passi da me, sulla strada, rivolto nella mia direzione, e ha iniziato a fissarmi.
All’inizio non ci ho dato peso. Ho pensato che aspettasse qualcuno o che fosse uscito a prendere aria, ma io continuavo a lavorare, tornavo indietro per cambiare il filo e lui restava lì, immobile, sempre con gli occhi puntati addosso a me.
Ho controllato con la coda dell’occhio che non mi stesse fotografando o filmando. Niente telefono in vista, nessun gesto particolare, soltanto quella faccia seria da guardiano di frontiera mentre io tagliavo l’erba nel mio cortile.
La cosa curiosa è che non si era piazzato davanti alle rose, al vialetto o al resto della recinzione. Era comparso proprio quando avevo raggiunto i diciotto metri della discordia.
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