Abito in un condominio che definire “variegato” è un enorme atto di gentilezza: una fauna urbana rara e protetta dall’UNESCO per interesse sociologico. Tra vecchie urlatrici che, se aprono la finestra, fanno tremare le antenne TV del quartiere, e anziani che hanno fatto dell’imprecazione una forma d’arte lirica — con bestemmie talmente potenti da poter ricaricare intere centrali elettriche — vivo in pace relativa. O meglio, vivevo.
Ma ogni tanto, anche in mezzo al teatro dell’assurdo, capita la chicca.
Una sera torno a casa molto tardi. Silenzio, l’aria fredda, le luci del condominio mezze fulminate come sempre… apro il portone, tranquillo, stanco, e mi aspetto solo il rumore dell’ascensore che non arriva mai e il profumo della minestra riscaldata di qualche vicino insonne.
Invece, davanti a me, sul primo tratto di scala… spettacolo grottesco a cielo condominiale.
La ragazza del piano sopra di me, a 90°, posizionata con precisione geometrica sulla rampa, in pieno… momento romantico, diciamo così, con il suo amato mingherlino. Lei molto corpulenta e lui piccolo e nervoso, rapido come un roditore in mezzo ai biscotti. La scena sembrava un misto tra National Geographic, un film di serie B e una performance artistica fallita.
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