L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Fa il boss solo perché ha il macchinone

Domenica ha piovuto come non ricordavo da anni: pioggia che sembrava scrosciare dall’alto a furia, strade diventate torrenti improvvisati, foglie e pezzi di tetto che galleggiavano come relitti. Il Nord sembrava un quadro rovesciato, e anche qui da noi c’è stato un nubifragio che ha ridotto tutto a fango e rumore. Per fortuna non è andata peggio — un po’ d’acqua è entrata in casa, mobili imbarcati, libri accartocciati, odore di terra bagnata che si infilava ovunque — ma siamo riusciti a limitare i danni. È una fortuna sospesa: tutti sanno che domenica prossima potrebbe arrivare un altro banco di nuvole, e già si sentono i preparativi, le borse di sabbia, i tubi pompati, i telefoni che squillano con messaggi di allerta.

Ma quel che voglio raccontare non è la pioggia in sé, è il lunedì che viene dopo la pioggia, il giorno in cui ci si trova a spalare insieme, come se la terra avesse chiesto un risarcimento: io e il vicino — un signore anzianissimo con le mani segnate dal lavoro e dal tempo, uno che ancora a novant’anni si porta dietro il suo zaino da orto e sa dove mettere ogni cosa — siamo in strada con le pale. La mattina profuma di foglie schiacciate, c’è il canto spento di qualche uccello tremante e l’asfalto è uno specchio brunastro. Spazziamo fango e rami, piccole montagne di detriti accatastate lungo il marciapiede, con quel ritmo meccanico che ha qualcosa di purificatore: palata, piegamento, getto, respiro. Parliamo poco, perché quando si pulisce non è necessario riempire l’aria di parole; il lavoro parla per noi.

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