Lo chiamo così da anni, ormai. Non con cattiveria — cioè, un po’ sì — ma con una certa rassegnazione. Vive al piano di sopra, in un attico a due livelli con terrazzo panoramico. Io abito proprio sotto, e potrei raccontarvi molto. Ma cercherò di restare sintetica. Più o meno.
Il ragazzo ha diciannove anni. È il figlio minore della famiglia che vive sopra di me. Di giorno fa il brillante, di sera il rumoroso, e in ogni momento della giornata… sperimenta. Sì, perché ha una passione incontenibile per gli hobby. Svariati, come li definirebbe la madre, che una volta mi disse con aria orgogliosa:
> “Almeno non sta col telefono tutto il giorno.”
> Avrei voluto rispondere: magari stesse col telefono. Silenzioso. Con le cuffiette.
Invece no.
Il suo “momento creativo” parte puntuale due sere a settimana, generalmente tra le 22 e mezzanotte. La routine è questa: accende la musica in bagno — e dico in bagno, perché l’eco delle pareti sembra amplificare ogni nota —, si fa la doccia cantando a squarciagola, e nel frattempo si sente un continuo *thump-thump*, come se stesse spostando piccoli mobili. Tipo sedie, sgabelli, forse interi scaffali.
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