Nel nostro palazzo il terzo appartamento del pianterreno è vuoto da un po’.
Peccato, perché quelli che ci abitavano prima erano persone tranquille, salutavano tutti e soprattutto non trasformavano il condominio in una sit-com continua.
Poi ci sono i G.
Padre e figlio.
E già qui basterebbe.
Il padre è un ex militare e vive praticamente nel garage. Non “usa” il garage, ci vive proprio. Estate, inverno, ferragosto, apocalisse nucleare, lui è lì dentro. Scende da casa, prende la macchina per fare quindici metri fino al box, apre il bandone e parte la giornata lavorativa.
Dentro succede di tutto.
Maratone di DMax.
Top Gear a volume da discoteca.
Frenchcore sparata come se dovesse motivare le truppe.
Partite infinite a Diablo III e Skyrim, che ormai riconosco dai dialoghi pure dormendo.
In mezzo a questo aggiustava pc, sistemava laptop, sincronizzava telecomandi dei cancelli, faceva consulenze informatiche improvvisate ai vicini e contemporaneamente controllava tutto quello che succedeva nel palazzo.
Lui e il vicino del pianterreno si odiano cordialmente da trent’anni ma insieme fanno da vigilantes non richiesti del condominio. Il mio compagno li chiamava Don Camillo e Peppone.
Quando mi trasferii lì stabilmente lavoravo ancora su turni, quindi uscivo o rientravo a orari assurdi, cinque del mattino, dieci di sera, pausa pranzo, notte fonda. Siccome io e il mio compagno siamo persone abbastanza riservate, credo che i vicini non avessero capito che prima o poi sarei andata a vivere con lui davvero.
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