Caro tizio inquietante del secondo piano,
una cosa volevo dirtela da un po’. Ma come spesso succede, si pensa di avere tempo. Si rimanda, si lascia lì, si mette da parte. Ora invece sei tu che te ne sei andato, e restano solo le cose non dette. O dette troppo tardi.
Quando sei arrivato nel nostro condominio, non sembravi granché diverso da altri. Un po’ trasandato, forse. Quel misto di alcol e sigarette che ti precedeva come un’aura nelle scale e in ascensore era sgradevole, certo, ma nulla che non si fosse già visto.
Poi è cominciato tutto. Le lamentele, i battibecchi, i piccoli episodi che sembravano strani, ma che nel dubbio si lasciavano correre. Hai minacciato di chiamare la polizia perché mio padre, alle nove di sera, stava facendo un buco nel muro con il trapano. Nulla di drammatico, roba da ristrutturazione fai-da-te. Ma tu, con quella voce roca e grossa quanto te, hai gridato che era disturbo della quiete pubblica, e che avevi i tuoi diritti.
È lì che il signore del terzo piano, quello col cane piccolo e gli occhiali sempre storti, ci ha detto sottovoce: “State attenti. Quel tipo è matto. Già finito dentro. TSO.” Lo disse così, come si commenta il tempo o l’umidità, come se la cosa parlasse da sé.
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