Allora.
Oggi pomeriggio, mentre cercavo disperatamente di finire (cioè iniziare) un capitolo della mia tesi che giace come un cad****e da settimane, succede il disastro.
Sono al quinto caffè della giornata, capelli raccolti a nido di gabbiano, e sto litigando con Word che decide di impallarsi esattamente quando avevo scritto una frase che suonava quasi intelligente. Già così ero a un passo dal crollo emotivo.
E in quel momento… DRIN DRIN DRIN DRIN.
Il campanello. Ma non un tocco gentile, no: proprio tipo percosse a mano piena.
Mi alzo storta come una biscia, con la faccia di chi ha appena perso la guerra del mondo, e vado ad aprire già pronta a sbottare con chiunque osi esistere.
È la mia vicina.
Anziana, settantina abbondante, solitamente gentile, ma adesso… in lacrime.
Io mi blocco: oddio. È morto qualcuno? È caduta? Ha visto un ladro? Il gatto è svenuto?
No.
Tra un singhiozzo e l’altro, mi guarda disperata:
— “Senti… non funziona il computer. Devo guardare un video. Non si accende. Non so cosa fare…”
Ora, immaginatevi la mia espressione.
Avevo il cuore già salito in gola e invece… era per un video.
Ma non è finita lì, perché dopo la frase non si accende, parte un monologo esistenziale. Tipo:
— “La tecnologia ce l’ha sempre con me… ma d’altronde la vita è stata ingiusta fin da quando avevo sei anni… prima la guerra, poi mio marito, adesso pure il computer…”
Io in piedi sulla soglia, in pigiama triste, la mente che urla MA DAVVERO, e il corpo che invece risponde: “Va bene, venga, andiamo a vedere…”
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