L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Dietro la persiana

Sono cresciuta a New York, ma la vicina più inquietante della mia vita l’ho incontrata a Bra, durante il mio primo anno di università in Italia.

Avevo affittato un monolocale in centro, all’interno di un edificio molto carino ma organizzato in un modo che, per la mia mentalità americana, era già abbastanza strano: per entrare in casa mia dovevo attraversare il balcone interno della vicina.

Non c’erano percorsi alternativi. Passavo davanti alle sue finestre, raggiungevo il mio cancelletto, lo aprivo e finalmente entravo nel monolocale. Siccome lei abitava lì già da tempo, pensavo avesse accettato il fatto che quel passaggio fosse anche il mio ingresso. Se mi vedeva attraversare il balcone, insomma, non stavo invadendo casa sua, stavo soltanto tornando nella mia.

A New York ero abituata a vivere circondata da persone che non sapevano nulla di me e non volevano saperlo. A Bra, paese del disagio per chi lo conosce, capii quasi subito che quella libertà di essere anonima non mi sarebbe stata concessa.

Ecco un altro VDI:   cisterna in parcheggio

La vicina non era giovanissima, ma neppure così anziana come mia madre continuava a immaginarsela. Dai primi giorni cominciò a parlarmi ogni volta che passavo, sempre in dialetto piemontese. Io non lo capivo, ma non serviva conoscere ogni parola per afferrare il sentimento generale: non mi stava dando il benvenuto.

Pensai che forse le dessi fastidio senza rendermene conto. Ero una ragazza straniera, avevo abitudini diverse e magari facevo qualcosa che lei considerava maleducato. Se ci fosse stato un vero problema, però, avrebbe potuto parlarne con il proprietario o almeno provare a spiegarmelo in italiano.

Non accadde nulla del genere. Continuò semplicemente a borbottarmi contro ogni volta che attraversavo il balcone.

Lascia una risposta