Il vicino in*fame è quello che si lamenta… di tutto.
Sì, proprio di tutto.
Ma in particolare, del fatto che io osi — udite udite — tornare a casa dal lavoro.
Già questo, a quanto pare, è un affronto personale.
Secondo lui, rientrare la sera (tardi, perché lavoro fino a tardi) e chiudere la porta di casa è troppo rumore. Una porta. Che si chiude. Non sbatte, non esplode, non vibra: semplicemente si chiude.
Eppure, ogni volta che giro la chiave nella serratura, posso quasi sentire il suo respiro trattenuto, pronto a scattare: “Ecco, è tornato!”
Ma il vero problema — la cosa che lo fa impazzire, la sua crociata personale — sono i miei cani.
Due creature adorabili, educate, affettuose… e colpevoli di un crimine imperdonabile: scodinzolare per quindici secondi quando torno a casa.
Quindici. Secondi. Cronometrati, probabilmente, visto che il vicino sembra conoscerne la durata con precisione millimetrica.
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