Per quattro anni io e il mio compagno abbiamo abitato in un piccolo complesso di tre appartamenti. Un mini condominio tranquillo, almeno in teoria. In realtà, la nostra vicina era talmente assurda che a volte mi chiedo se non fosse un esperimento sociale travestito da persona. Giuro, potrei scriverci un libro.
Appariva di rado, ma la sua presenza si percepiva costantemente. Viveva in una sorta di bunker domestico: le tapparelle sempre abbassate, le finestre sprangate, la luce del sole bandita come fosse radioattiva. E il caos. Il suo balcone era un museo dell’immondizia: sacchi di plastica, bottiglie, cartoni e — quando arrivava la bella stagione — sciami di moscerini che sembravano organizzare rave party sopra le nostre teste.
L’odore era… un’esperienza. Per compensare, lei passava intere giornate a spruzzare deodoranti per ambienti. Ma non un paio di spruzzi, no. Ore e ore. C’erano giornate in cui l’aria del pianerottolo era una nebbia di “lavanda glaciale” e “pino artico”, miscelati in un cocktail tossico che ti bruciava gli occhi.
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