Tra qualche giorno dovrò affrontare una terapia radiometabolica. Non è una passeggiata, lo so, ma l’ho accettata come un passaggio necessario per la mia salute. I primi quattro giorni li passerò in clinica, seguita dai medici, e poi tornerò a casa. Le indicazioni sono chiare: per circa una settimana le radiazioni nel mio corpo saranno ancora presenti, e per questo è preferibile che io stia da sola, evitando un contatto ravvicinato con i miei cari.
Così mi sto organizzando: mio marito e i bambini andranno a stare da mia suocera, e io resterò nella mia casa, circondata dai miei spazi, con le mie cose, pronta ad affrontare quei giorni con calma e prudenza. Non sarà semplice, ma almeno avrò il conforto di essere nel mio ambiente familiare.
E invece, come spesso accade, la realtà supera ogni immaginazione. Il mio vicino dirimpettaio, che abita a ben cento metri da me, sull’altro lato della strada, ha deciso di intromettersi. Ha capito di sfuggita il discorso e si è presentato per dirmi, con aria grave e convinta, che io non posso assolutamente stare a casa mia dopo la terapia.
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