Mattina: ore 7:00.
Un suono infernale squarcia il silenzio ancora denso di sogni e coperte. Un fischio acuto si intreccia con il ronzio sgraziato di quello che, nel mio stato semi-comatoso, sembra un phon impazzito in cerca di vendetta. Il tutto amplificato da un’eco sinistra che sembra provenire… proprio da dietro la mia porta!
Mi trascino fino all’ingresso con l’andatura di un reduce da tre notti insonni, capelli che paiono un nido di passeri sopravvissuti a una tempesta, occhiaie che gareggiano col panda dello zoo e la tazza di caffè che vibra tra le mie mani come se fosse sul punto di fuggire.
Con un gesto che vorrebbe essere solenne ma riesce solo a sembrare incerto, apro la porta.
E lì, davanti ai miei occhi increduli, si apre una scena che neppure David Lynch avrebbe osato girare: la mia vicina, inginocchiata con la solennità di una sacerdotessa in trance, impugna spazzola e aspirapolvere come fossero strumenti di un culto misterioso.
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