Due anni fa – ora per fortuna ho cambiato casa – abitavo in un palazzo tranquillo. O meglio: quasi tranquillo.
L’unica eccezione era una famiglia che sembrava uscita da un manuale di maleducazione: litigiosa, rumorosa, sempre pronta a urlare e a ribaltare la realtà pur di passare per vittima.
Lui, un rozzo imbecille che passava le giornate a sbraitare e fumare sul balcone come un boss mancato.
Lei, una “pancina” aggressiva, convinta che il mondo ce l’avesse con lei e che ogni occasione fosse buona per fare scenate.
Un giorno, il loro figlio – un bimbo di sei anni, dolce e educato, niente a che vedere coi genitori – stava giocando in cortile. Io stavo uscendo di casa quando lo vidi cadere malamente, facendo un tonfo che mi fece gelare il sangue.
Si era fatto davvero male alla caviglia: provava ad alzarsi ma non ce la faceva, gli occhi lucidi e la voce tremante.
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