C’è quel tipo di condomino che non vive davvero nel palazzo: lo sorveglia. Non abita, presidia. Sta lì, in attesa che qualcuno commetta l’errore capitale — di solito qualcosa di minuscolo — per potersi finalmente sentire nel giusto e scaricare addosso a qualcun altro tutta la frustrazione accumulata negli anni.
Uno così abitava al terzo piano.
La scena è questa: io sono sulla soglia dell’ingresso, sto salutando la mia compagna. Niente di eclatante, niente baci da film, niente schiamazzi. Una manciata di minuti, voce bassa, quasi sussurrata. Il classico momento di fine serata in cui non stai nemmeno più parlando davvero, stai solo chiudendo il discorso.
E lui?
Lui è fermo dietro la porta del suo appartamento, in ascolto.
Aspetta. Conta i secondi. Valuta. E soprattutto aspetta che la luce delle scale resti accesa quel tanto che basta per dargli un pretesto.
Quando capisce che non la stiamo spegnendo all’istante — parliamo di venti secondi di timer, non mezz’ora — lo senti. Prima le ciabatte, quel trascinare tipico, lento, carico di disapprovazione. Poi lo vedi spuntare dalle scale: pugni chiusi, mascella serrata, faccia imbronciata, un oggetto stretto in mano come se stesse andando a un confronto epocale.
Arriva davanti a noi e sbotta, con rabbia:
“Io la luce la pago!”
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