Il vicino infame sono io.
O almeno, così mi hanno battezzato nel giro di 48 ore. Prima ero “quello gentile che ha messo la luce” e “che fortuna avere un vicino pratico con i lavori”, adesso sono la reincarnazione del male, il flagello della corte, il nemico numero uno della socialità condominiale.
La scena è questa: una corte interna alla quale si accede tramite una servitù di passaggio, dal cortile di un piccolo microcosmo di tre “case” che, per qualche misterioso allineamento planetario, sembrano non essersi mai interessate a come funziona la vita pratica. Il mio appartamento, prima del Covid, era un B&B: gente che andava e veniva, bagagli, saluti a tutte le ore. Nessuno, ma proprio nessuno, si era mai preoccupato che nella corte non ci fosse luce, citofono, o apertura elettrica del cancello.
Così, nel silenzio generale, mi sono trovato a dire: “Ok, lo faccio io.” E via di elettricista, cavi, lampioni e citofono. Non solo ho messo tutto, ma ho anche collegato citofono e apri-cancello al mio contatore. Perché? Perché se aspettavo loro, oggi stavamo ancora aprendo il cancello col grimaldello e le torce frontali.
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