Ogni mattina vengo svegliata da un uomo che grida “brrrirrr, uaouou, purrrr, tuuunnn” dall’altra parte di una parete di cartapesta. Non so se stia incidendo un disco, evocando qualche creatura o semplicemente verificando fino a che punto riesca a propagarsi la sua voce.
Abito in un grosso condominio composto da una cinquantina di appartamenti, tutti appartenenti allo stesso proprietario, che già da solo meriterebbe un capitolo a parte per la sua naturale predisposizione a rompere il cazzo.
Il mio appartamento si trova all’ultimo piano e un tempo era una piccionaia, poi qualcuno ha deciso di trasformarla in una mansarda. In realtà il sottotetto è stato diviso in due abitazioni praticamente identiche: metà del tetto è casa mia, l’altra metà appartiene ai vicini.
A separare i due appartamenti c’è un muro talmente sottile che sembra costruito con cartone, colla e buone intenzioni. Quando dall’altra parte parlano a voce normale, riesco quasi a seguire la conversazione; quando spostano qualcosa, sembra che lo stiano facendo nella mia stanza. Non serve appoggiare l’orecchio alla parete, perché è la parete stessa a comportarsi come un enorme amplificatore.
I nuovi vicini sono una giovane coppia e, tutto sommato, sono persino meno peggio della donna che abitava lì prima. Per qualche giorno ho pensato che finalmente avrei potuto vivere tranquilla.
Poi lui ha cominciato a cantare.
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