Alle undici di sera mi sono fermato a chiedermi quanta gente stesse partecipando alla mia serata senza essere stata invitata. Io ero in casa mia. Le voci, la musica e il resto arrivavano dalle case degli altri.
In condominio finisci per conoscere abitudini che non ti interessano. Sai quando litigano, quando fanno pace, quando accendono la lavatrice. Riconosci il cane, la sedia trascinata, il mobile che evidentemente non ha ancora trovato una posizione definitiva.
A volte senti perfino una conversazione detta a voce normale. Ed è lì che mi scoraggio di più, perché non posso neanche attribuire tutto alla maleducazione: certi muri lasciano passare una vita intera.
Quando pensavo a una casa mia, immaginavo di chiudere la porta e stare per conto mio.
Scegliere cosa ascoltare. Spegnere tutto quando volevo silenzio. Andare a letto senza dover aspettare che qualcuno, dall’altra parte della parete, concludesse la propria serata.
La porta la chiudo. Sul resto decido molto meno di quanto credessi.
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