Era estate, una di quelle estati palermitane che non ti lasciano scampo: umide, appiccicose, caldissime. La sessione estiva era in pieno svolgimento e ogni notte diventava una battaglia tra la voglia di sopravvivere e il cervello che implorava di non sciogliersi come una candelina. In quell’appartamento da studenti, l’unico ventilatore funzionante era diventato una reliquia sacra; così io e le mie coinquiline avevamo deciso di dormire tutte nella stessa stanza, una sorta di accampamento d’emergenza fatto di materassi improvvisati e speranze sudate.
Era l’una e mezza di notte. Io avevo un esame l’indomani. L’aria era ferma, il ventilatore faceva quel rumore di pale stanche che sembrano pregare di essere spente, e noi cercavamo disperatamente di prendere sonno.
Poi… l’infame. La bambina del terzo piano. L’unico essere umano sotto i 12 anni capace di generare più odio di un rumore di unghie sulla lavagna.
Iniziò a cantare.
Non un canticchiare dolce, non una canzoncina infantile: NO. Una performance da stadio. UNA CANTATA A SQUARCIAGOLE che manco alla finale di Sanremo. In mezzo al silenzio assoluto, la sua vocetta diventava un megafono posseduto: rimbalzava sulle pareti, entrava nelle stanze, si materializzava nel nostro letto.
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