Quando ci siamo trasferiti pensavo sinceramente di aver trovato il paradiso abitativo definitivo.
Condominio piccolo, meno di dieci appartamenti, gente tranquilla, silenzio quasi irreale. La classica palazzina dove alle 22 senti al massimo una forchetta cadere e qualcuno che tossisce dietro una finestra chiusa.
C’era la signora anziana del primo piano che annaffia i gerani alle 6 del mattino in modalità ninja. Il tizio del terzo che credo esista solo perché ogni tanto compare una bolletta infilata nella sua cassetta della posta. Una coppia con una bambina che saluta sempre sottovoce.
E poi ci sono loro.
Quelli del piano di sopra.
Anzi no, prima ancora di conoscere loro abbiamo conosciuto i loro piedi.
La prima settimana alle 7 precise del mattino mi sveglio convinta che stessero spostando un armadio sopra la camera.
TAC
TAC
TAC TAC TAC
Il letto vibrava.
I bicchieri dentro la credenza facevano “tin tin” come durante un terremoto piccolo ma costante.
Il mio ragazzo si alza mezzo addormentato e fa:
“Chi cazzo bussa a quest’ora?”
Nessuno.
Era lei.
Che evidentemente prima di uscire di casa deve fare una preparazione atletica da cavallo da guerra coi tacchi.
Dieci minuti avanti e indietro per il corridoio tutte le mattine. Ma non passi normali. No. Colpi secchi. Tallonate assassine. Una roba che manco nei film western quando arriva lo sceriffo cattivo.
E il bello è che il palazzo è nuovo.
Nuovo un cazzo.
Le pareti sembrano fatte di ostie consacrate e cartongesso marcio. Abbiamo provato pure noi a camminare senza ciabatte per capire se esageravamo.
Rimbomba tutto.
Tutto.
Quindi io mi domando: ma come fai a non accorgertene? Come fai a sentire ogni tuo passo trasformarsi nel trailer di Godzilla e pensare “eh vabbè”.
Io alle 8 di sera chiudo i balconi piano come una ladra che sta entrando in casa propria. Se mi cade una forchetta mi sento in colpa col quartiere intero.
Questi invece vivono come se abitassero dentro una cava abusiva.
Il problema comunque non erano solo i tacchi.
Magari.
Il problema erano i bambini.
E i cani.
E i bambini con i cani.
Una combo che credo sia stata studiata direttamente dalla NATO come arma psicologica.
Dalle sei del pomeriggio iniziava il festival.
Corse.
Urla.
Salti.
Boom sul pavimento.
Qualcosa trascinato per metri.
Una volta giuro su Dio ho sentito un rumore così forte che ho pensato:
“Ok stavolta è caduto il frigorifero.”
Il cane abbaiava.
Il bambino rideva come un invasato.
Lei urlava:
“BASTAAAAA”
L’altro cane partiva a ululare.
Io sul divano con lo Xanax in mano come una pensionata reduce dalla guerra nei Balcani.
E sì, me lo sono fatta prescrivere davvero da quando viviamo qua.
Il mio ragazzo ormai riconosce i rumori come un documentarista naturalista.
“Questo è il bambino piccolo che salta dal divano.”
“Questo invece è il cane grosso che corre.”
“Questa è lei che rientra con la spesa.”
“Questa invece è la maratona post cena.”
La maratona post cena è devastante.
Non so cosa facciano dalle 21 alle 22 ma sembra che organizzino le qualificazioni olimpiche direttamente sopra la nostra camera da letto.
Quelli del piano di sopra
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