La vicina infame di allora non c’è più e, anche se a volte mi sorprende dirlo, mi dispiace tanto. Era mia suocera.
Madre vedova da quando il figlio aveva otto mesi, una donna che aveva vissuto più di settant’anni quando io, ingenua e piena di speranze, accettai di andare a vivere nell’appartamento di sopra. All’inizio tutto sembrava quasi idilliaco: la famiglia così “bene” da risultare persino noiosa, quella signora che mi chiamava con vezzeggiativi stravaganti e che mi sembrava una creatura fragile e affettuosa. Io avevo circa ventisei anni e lei più di settanta, e il contrasto tra la mia inesperienza e la sua apparente dolcezza mi rassicurava.
Eppure, dietro quella facciata, s’apriva un guanto di ferro. Il figlio spesso era lontano, imbarcato; lei, invece, mano a mano che gli anni si accumulavano, appariva sempre più autonoma: saliva le scale per cambiare le lampadine, prendeva l’aereo per andare a teatro, si muoveva come se avesse ancora un’agilità che non le riconoscevamo del tutto. Ma quando il figlio tornava — e con lui la sua presenza autoritaria — la trasformazione era immediata: la vecchietta si faceva paralitica, incapace di sollevare un dito, incapace di tenere in mano anche il cucchiaino più lieve.
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