Ho scoperto che qualcuno apriva i miei sacchetti della spazzatura la mattina in cui ho trovato il cartone della pizza appoggiato sopra il bidone, con ancora qualche pezzo di mozzarella attaccato e una nota scritta in rosso:
“QUESTO NON VA NELLA CARTA.”
Abito in un condominio abbastanza normale, quattro piani, otto appartamenti, una di quelle palazzine costruite negli anni Ottanta con il giardino condominiale che nessuno cura davvero, ma che tutti difendono come se fosse Versailles. Due alberi, una siepe mezza secca e una panchina sulla quale non si siede mai nessuno perché basta farlo una volta per diventare l’argomento della settimana.
Anche la raccolta differenziata è sempre stata gestita con una certa elasticità. Il martedì si porta fuori la plastica, il giovedì l’umido e il sabato l’indifferenziato. Almeno in teoria. Ogni tanto qualcuno sbaglia giorno, qualcuno mette una lattina nel contenitore sbagliato e c’è sempre il misterioso condomino che abbandona i sacchetti quando i bidoni sono già pieni, appoggiandoli accanto come se non gli appartenessero più.
Non era un sistema perfetto, ma funzionava abbastanza bene.
Poi Sergio è andato in pensione.
Abita al piano terra e prima lo vedevamo pochissimo. Usciva presto, tornava nel pomeriggio e salutava senza fermarsi. Da quando ha smesso di lavorare, invece, è diventato una presenza costante negli spazi comuni. Lo incontri all’ingresso, vicino alle cassette della posta, in cortile e soprattutto davanti ai bidoni.
Indossa quasi sempre un paio di ciabatte di gomma e un giubbotto catarifrangente. Non ho mai capito a che cosa gli serva, visto che il locale dei rifiuti si trova dentro il cortile e non c’è il rischio che venga investito da nessuno, ma lui lo porta anche alle otto di sera, come se stesse dirigendo il traffico su un’autostrada.
All’inizio pensavamo che volesse soltanto rendersi utile. Aveva pulito l’area dei bidoni, sostituito alcune etichette scolorite e appeso un foglio con i giorni della raccolta. Nessuno si era lamentato, anzi, l’amministratore lo aveva anche ringraziato.
Quella frase deve avergli dato un incarico che, nella sua testa, non aveva una data di scadenza.
Una mattina scesi con un sacchetto della plastica e trovai un foglietto attaccato al mio bidone:
“ATTENZIONE: NEL SACCO SONO PRESENTI MATERIALI NON CONFORMI ALLA RACCOLTA.”
Sotto c’era scritto:
“Il condominio.”
La calligrafia, però, era chiaramente quella di una sola persona. La stessa del foglio con i turni e degli auguri di Natale affissi nell’androne.
Sergio era seduto sulla panchina. Mi guardò staccare il biglietto e mi chiese:
“Hai letto?”
“Sì.”
“Allora sai.”
“In realtà no. Non c’è scritto che cosa avrei sbagliato.”
“Devi controllare meglio prima di buttare.”
“Ma che cosa c’era dentro?”
Lui si strinse nelle spalle.
“Ormai è stato segnalato.”
Non avevo voglia di discutere alle sette e mezza del mattino, quindi buttai il foglietto e andai al lavoro.
Due giorni dopo ne comparve un altro.
“IL CARTONE DELLA PIZZA NON È CARTA SE SPORCO DI FORMAGGIO.”
Questa volta, accanto al messaggio, c’era proprio il pezzo di cartone incriminato. Sergio non si era limitato a vedere il contenuto dall’esterno: aveva aperto il sacchetto, tirato fuori la scatola e controllato quanto fosse sporca.
Quando glielo chiesi, non negò nulla.
“Ho verificato.”
“Ha aperto il mio sacchetto?”
“Era nel bidone condominiale.”
“Questo non significa che possa frugarci dentro.”
“Se ognuno facesse correttamente la raccolta, non sarebbe necessario.”
Gli spiegai che, una volta tolta la parte sporca, il resto del cartone poteva essere conferito secondo le indicazioni del nostro Comune. Sergio mi fissò per qualche secondo, poi riprese il foglio e aggiunse a penna:
“DA VERIFICARE.”
Da quel momento, per tutto il condominio, diventò l’ispettore dei rifiuti.
Lascia una risposta