L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

L’ansia delle undici

La prima volta che sono salito a parlare con quelli del piano di sopra, lui mi ha aperto la porta in accappatoio e mi ha chiesto con aria preoccupata se sentissi dei ladri.

“No, sento voi.”

È rimasto a guardarmi per qualche secondo, poi da dentro casa è arrivata la voce di lei:

“Chi è?”

“Nessuno.”

E mi ha chiuso la porta in faccia.

Abito sotto questa coppia da quasi un anno. All’inizio non avevo niente da ridire: qualche passo, l’aspirapolvere la domenica mattina, una sedia trascinata ogni tanto. Rumori normali, soprattutto in un palazzo dove i muri sembrano fatti con il cartone delle confezioni dei cereali.

Poi, circa due mesi fa, è iniziato il concerto.

La prima sera erano quasi le undici. Stavo guardando la televisione quando ho sentito un colpo contro il muro della camera. Non fortissimo, ma abbastanza da farmi girare. Dopo qualche secondo ne è arrivato un altro, accompagnato da un cigolio lungo.

Ho pensato che stessero spostando il letto.

Il problema è che hanno continuato a spostarlo per quaranta minuti.

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Cigolio, colpo, pausa. Cigolio, colpo, pausa. Ogni tanto qualcosa cadeva sul pavimento e subito dopo sentivo dei respiri affannati. A quel punto ho capito che non stavano montando un armadio e ho alzato il volume della televisione.

Per carità, sono adulti, sono in casa loro e possono fare quello che vogliono. Ero perfino contento per loro. Quello che non capivo era perché dovessero comunicarlo a tutto il condominio attraverso la struttura portante.

Pensavo fosse un episodio isolato. La sera successiva, alle undici e dieci, è ricominciato tutto. Stesso cigolio, stessi colpi contro il muro, identico ritmo. La terza sera sono partiti alle dieci e cinquantacinque. La quarta alle undici e cinque.

Dopo una settimana avevo capito che erano più puntuali del telegiornale.

Io ormai riconoscevo tutta la preparazione. Prima sentivo la portafinestra chiudersi, poi alcuni passi veloci, qualcosa appoggiato sul comodino e infine il letto che cominciava a cigolare. C’erano anche delle sere in cui sembrava che spostassero la testiera apposta per appoggiarla meglio contro il muro.

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Il letto doveva essere montato sopra quattro grancasse, perché ogni movimento arrivava direttamente nella mia camera. La testiera, invece, sembrava usata per abbattere la parete. A volte temevo davvero di vederla comparire sopra il mio cuscino.

Provai con i tappi per le orecchie, ma fermavano le voci, non le vibrazioni. Provai a dormire con la musica, però per coprire loro dovevo tenere un volume tale che a quel punto il vicino molesto diventavo io. Per qualche notte mi trasferii sul divano, finché mi resi conto che i colpi si sentivano anche in soggiorno.

La cosa peggiore non era nemmeno essere svegliato. Era l’attesa.

Verso le undici cominciavo a irrigidirmi. Spegnevo la luce e rimanevo in ascolto, sperando che magari quella sera fossero stanchi, avessero litigato o semplicemente volessero guardare una serie come tutte le persone normali. Poi sentivo il primo cigolio e capivo che anche quella notte avrei partecipato senza aver dato il consenso.

Dopo una decina di giorni incontrai lui nell’ascensore. Cercai di affrontare la questione nel modo più delicato possibile.

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“Scusa, posso dirti una cosa un po’ imbarazzante?”

Mi guardò subito male.

“Che cosa?”

“Di notte si sente parecchio il vostro letto.”

“Il letto?”

“Sì. Cigola e sbatte contro il muro.”

Lui fece una faccia sinceramente sorpresa.

“Non mi sembra.”

“Da dentro probabilmente no. Da sotto, invece, sembra che stiate demolendo la camera.”

Rimase in silenzio fino al piano terra, poi disse:

“Il palazzo è costruito male.”

“Questo è vero, ma magari potreste staccare la testiera dal muro.”

Le porte dell’ascensore si aprirono e lui uscì senza rispondere. Quella sera non sentii niente e pensai che avesse capito. Dormii otto ore di fila e la mattina mi svegliai quasi commosso.

La notte successiva recuperarono anche quella persa.

Cominciarono poco prima delle undici e andarono avanti in due riprese. Durante la seconda cadde qualcosa di pesante, forse una lampada, e lui disse una parolaccia talmente forte che la sentii chiaramente dal piano di sotto. Dopo qualche secondo ripartirono.

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