Ho vicini sulla settantina che puntualmente sbattono in maniera potente la porta dell’ascensore, che è praticamente attaccata al mio portone di casa.
Non è uno sbattere distratto, di quelli che capitano. È proprio un BOOM secco, deciso, come se la porta avesse fatto loro un torto personale. Ogni volta sobbalzo. Ogni volta penso che stavolta il vetro si frantumerà o che la porta finirà per staccarsi dai cardini e bussare direttamente a casa mia.
All’inizio ho pensato: vabbè, sarà una coincidenza. Poi ho iniziato a riconoscere l’orario. Mattina presto, pomeriggio, sera. Sempre loro. Sempre uguale. Una sorta di rituale.
Gliel’ho già chiesto una volta, gentilmente. Con il sorriso educato di chi non vuole creare attriti: “Scusate, potreste chiuderla un po’ più piano? Si sente molto dentro casa.”
Hanno annuito. Sorriso vago. Forse anche un “sì sì”. E poi niente. Il giorno dopo: BOOM. Quello dopo ancora: BOOM. Costante, fedele, implacabile.
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