L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

La dolce giustizia

Non un mio vicino, ma una storia che parla di dolce, dolcissima giustizia. Di quelle piccole, quotidiane, che non finiscono sui giornali ma che ti scaldano il cuore più di un caffè al mattino.

All’epoca lavoravo come giardiniere in una località marittima. Di quelle dove d’estate l’aria vibra, il sole picchia e il silenzio pomeridiano è sacro quanto una funzione religiosa. Per ordinanza comunale, infatti, dalle 12:00 alle 15:00 non si fa rumore. E noi, per scrupolo, aspettavamo sempre le 15:15, perché si sa: gli orologi non sono mai tutti d’accordo e nessuno vuole grane inutili.

Quel giorno, come sempre, preparo gli attrezzi con calma: controllo il decespugliatore, indosso le protezioni, infilo le cuffie antirumore. Classica routine. Alle 15:15 precise accendo il motore.
Il ronzio parte, deciso, professionale, legittimo.

Passano pochi secondi quando, con la coda dell’occhio, noto movimento su un balcone. Una figura femminile che si agita come se stesse dirigendo un’orchestra di bestemmie. Non sento nulla — cuffie ben piantate — ma la gestualità è universale: braccia che roteano, mani che fendono l’aria, mimica facciale degna di un film muto giapponese.
Sta chiaramente lanciando una sassaiola di madonne e santi vari in stile ninja, con shuriken inclusi.

Ecco un altro VDI:   la compassione

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