Da qualche mese nel nostro residence è arrivato un nuovo vicino.
Uno di quelli che, appena lo vedi, capisci subito che nella vita ha tre grandi passioni: controllare gli altri, lamentarsi e ficcare il naso dove non dovrebbe.
Mai visto sorridere.
Mai sentito dire “buongiorno”.
Però conosce già gli orari di tutti, chi parcheggia dove, chi torna tardi, chi riceve pacchi Amazon troppo spesso e probabilmente pure quante volte respiriamo al minuto.
Io, sinceramente, fino a ieri cercavo di ignorarlo.
Poi succede la scena.
Sabato mattina.
Io sul balcone a stendere il bucato come una qualsiasi persona normale: mollette in bocca, lenzuolo che cerca di suicidarsi per colpa del vento, cane del vicino che abbaia in lontananza e io che combatto con una felpa che non vuole collaborare.
A una certa alzo lo sguardo verso il parcheggio condominiale.
E lo vedo.
Lui.
In piedi accanto alla mia macchina.
Ora, preciso una cosa importante: io guido una Punto.
Una normalissima Punto. Non un SUV lungo sei metri, non un camper, non un pullman turistico. Una Punto che entra praticamente ovunque tranne forse dentro un portapenne.
E questo uomo era lì… con il metro in mano.
Non metaforicamente.
Con un metro vero.
Accovacciato tipo investigatore della scientifica, stava misurando la distanza tra la mia macchina e la sua con una concentrazione degna di un tecnico della NASA durante il lancio di uno shuttle.
Faceva avanti e indietro.
Si abbassava.
Controllava.
Prendeva riferimenti.
Per un attimo ho pensato stesse cercando ordigni.
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