Pochissimo tempo fa, io e il mio compagno ci siamo trasferiti nel palazzo in cui viviamo adesso.
Palazzo tranquillo, almeno in apparenza. Uno di quei condomini dove all’inizio cerchi di partire col piede giusto, perché sai già che i vicini possono essere una benedizione oppure la prova generale dell’inferno.
Io, ingenua e beneducata, ho scelto la modalità “persona civile”.
Abbiamo iniziato a fare amicizia con alcuni inquilini: due chiacchiere sulle scale, un saluto nell’androne, qualche battuta mentre si ritirano i pacchi. Insomma, normale convivenza umana, quella roba antica che ormai sembra quasi rivoluzionaria.
Siccome mi piace cucinare e avevo notato che nel palazzo c’erano anche diversi bambini, qualche volta ho portato ai vicini una torta, dei biscotti, qualche fetta di dolce avanzata.
Niente di strano, eh. Non stavo aprendo una pasticceria clandestina nel pianerottolo. Era semplicemente un gesto carino.
Una di quelle cose tipo:
“Ho fatto una torta, ne volete un pezzo?”
Fine.
Non era un rituale di corteggiamento medievale.
Non era un invito alla trasgressione.
Non era il primo capitolo di una fiction Mediaset.
Era una torta.
Storie dal vicinato, Vicini invadenti
Il vicino Casanova e le bottiglie di vino sul pianerottolo
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