Questa è una storia diversa dalle altre, bisogna tornare indietro di una trentina d’anni, quando non esistevano cellulari, telecamere ovunque o internet e io avevo appena dodici anni.
Abitavo in un enorme complesso residenziale, quasi trecento appartamenti, negozi al piano terra, uffici, studi medici e laboratori, una specie di piccola città costruita appena fuori dal centro. Per noi ragazzini era un paradiso, eravamo decine, forse centinaia, passavamo le giornate a correre e giocare, finché qualche anziana non ci rovesciava addosso un secchio d’acqua o uno dei portinai non ci inseguiva con la scopa.
In quei palazzi, però, non vivevano solo famiglie.
Al terzo piano della scala F abitava un uomo sulla cinquantina, basso, robusto, con baffi folti, capelli lunghi e radi, grandi occhiali marroni e un impermeabile grigio che sembrava indossare sempre.
Lo chiamavano tutti il signor Baffo.
Passava le giornate seduto al bar osservando i ragazzi che giocavano, gli adulti dicevano che fosse solo un tipo un po’ strano ma innocuo.
Noi ragazzini sapevamo che non era vero.
Più di una volta qualche ragazza, ma anche qualche ragazzo, aveva raccontato di essere rimasto bloccato con lui nell’ascensore, dove iniziava a compiere atti osceni su sé stesso, poi tornava al piano terra e spariva.
Gli adulti parlavano di uno sconosciuto arrivato da fuori.
Noi sapevamo benissimo chi fosse.
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