La mia estate non ha avuto come colonna sonora le cicale, ma una cassa Bluetooth sparata al massimo sul terrazzo dei miei VDI mentre cercavo disperatamente di studiare.
Non parlo della musica messa ogni tanto durante una cena o di qualche canzone nel fine settimana, cose normalissime che non mi sarei mai sognato di contestare. Loro organizzavano veri e propri rave domestici in orari scelti con una precisione quasi scientifica: tarda mattinata, quando finalmente riuscivo a concentrarmi, oppure nel tardo pomeriggio, quando il caldo cominciava a diminuire e provavo a recuperare il lavoro perso.
Stavo preparando alcuni esami e passavo buona parte delle giornate sui libri. Con il caldo tenevo la finestra aperta perché nella mia stanza si moriva, ma appena loro uscivano sul terrazzo partiva il solito basso: tunz, tunz, tunz, senza una melodia riconoscibile, soltanto vibrazioni capaci di attraversare i vetri, la scrivania e probabilmente anche gli organi interni.
La prima volta ho pensato a una festa. Erano circa le undici e mezza, ho chiuso la finestra e ho continuato a leggere, dicendomi che sarebbe durata mezz’ora. Alle dodici e mezza erano ancora lì, alle tredici avevo riletto la stessa pagina sei volte e ricordavo perfettamente il ritornello della loro canzone, ma non una parola del capitolo che avrei dovuto studiare.
Ogni tanto uno di loro gridava:
“Alzala, questa è bellissima!”
E qualcun altro, evidentemente preoccupato che non la sentissero anche nel comune vicino, alzava ancora.
Verso le due hanno spento tutto. Io avevo mal di testa, ero indietro con lo studio e loro sono rientrati in casa soddisfatti, come se avessero appena concluso con successo il festival di Tomorrowland sul terrazzo di una villetta.
Ho lasciato perdere perché poteva capitare. Il problema è che due giorni dopo è successo di nuovo, questa volta alle cinque del pomeriggio. Poi il sabato mattina. Poi il lunedì successivo, proprio mentre stavo seguendo online una spiegazione importante.
L’insegnante parlava, io sentivo metà frase e in sottofondo arrivava il basso.
“Non so se mi sentite bene”, ha detto a un certo punto.
Io ho tolto il microfono e ho pensato che lui si sentiva benissimo. Erano i miei vicini che sembravano intenzionati a sfondare la barriera del suono.
Ho provato con le cuffie, ma per coprire la loro musica avrei dovuto mettere la mia a un volume ancora più alto, trasformando lo studio in una gara tra chi riusciva a perdere per primo l’udito. Ho cambiato stanza, mi sono spostato in cucina e una volta mi sono sistemato persino in corridoio con il portatile sulle ginocchia. Il risultato era sempre lo stesso: i bassi arrivavano ovunque.
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