Io vivo in una villetta a schiera in una zona tranquillissima, di quelle che nei gruppi Facebook scrivono sempre “quartiere residenziale immerso nel verde”, con le persone educate, i cani che si conoscono tra loro meglio dei proprietari e i vicini che ti regalano le zucchine dell’orto senza che tu abbia mai chiesto niente.
Da noi il massimo del dramma, fino a poco tempo fa, era il barbecue del sabato sera o il pensionato del civico accanto che ti avvisa:
“Guarda che ieri è venuto il corriere ma non c’eri.”
Insomma, pace assoluta.
Poi però c’è lui.
Quarantacinque anni suonati, vive ancora coi genitori in fondo alla fila delle villette e ha una missione nella vita:
diventare allenatore professionista.
Non scherzo.
Non ex allenatore.
Non aspirante osservatore.
Lui è convinto che il calcio moderno abbia bisogno della sua visione tattica.
Una notte ha fermato mio marito mentre rientrava col cane e gli ha spiegato per venti minuti perché il pressing ultra offensivo del 3-2-4-1 “verrà capito davvero solo tra qualche anno”.
Erano le 2:15 del mattino.
Ma lui a quell’ora è sempre sveglio.
Perché da circa un mese ha iniziato “l’allenamento intensivo”.
E cioè passa tutte le notti a giocare a FIFA con un impianto Dolby Surround che credo sia stato rubato direttamente a un multisala.
Dice che serve per immergersi nella partita.
Immergersi.
Nel frattempo noi siamo immersi nei traumi acustici.
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