L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Il Gazzettino Del Paese

Nei paesi piccoli la privacy non esiste, esiste solo il tempo che ci mette la voce a fare il giro delle case.
E da noi era velocissima.
C’era questa vicina che sapeva tutto di tutti, ma proprio tutto. Orari, macchine, visite, litigi, spese, parenti, perfino chi buttava il vetro troppo presto la mattina. Una donna che sembrava vivere dietro la tenda con il radar acceso.
Infatti in paese la chiamavano Il Gazzettino.
Non per scherzo eh, proprio perché spargeva notizie peggio di una radio locale.
La storia più assurda su di me nasce in un periodo già pesante di suo.
Mia moglie aveva perso la vista per un tumore.
E già questa cosa ti cambia completamente la vita, perché la gente pensa sempre alla malattia come agli ospedali, le chemio, le visite. In realtà il difficile arriva anche dopo, nelle cose normali, quelle piccole.
Attraversare una stanza.
Fare il caffè.
Riconoscere gli oggetti.
Muoversi fuori casa.
Per recuperare un minimo di autonomia aveva iniziato a frequentare l’istituto dei ciechi di Milano, lì aveva conosciuto altre persone nella sua situazione e tra queste c’era Anna (nome di fantasia).
Una ragazza giovane, simpatica, molto ironica, una che scherzava pure sulle sue disgrazie perché altrimenti sarebbe impazzita.
Lei non era ancora cieca del tutto ma ci sarebbe arrivata piano piano. Di giorno vedeva ancora abbastanza per muoversi da sola, la sera invece era quasi il buio completo.
Mia moglie ci era diventata molto amica.
Telefonate infinite, messaggi, sfoghi, risate, quelle amicizie che nascono perché certe cose le capisci davvero solo se ci sei dentro.
Un’estate Anna venne a trovarci nel nostro paesino. Arrivò con i mezzi da sola, già quella per lei era una piccola vittoria.
Passammo la giornata insieme, mangiammo in giardino, mia figlia correva avanti e indietro facendo casino, le cicale fuori, il caldo appiccicato addosso, una giornata tranquilla insomma.
Poi si fece tardi.
Troppo tardi.
Tra cena e chiacchiere arrivò il buio e lì iniziava il problema, perché Anna di notte praticamente non riusciva più a orientarsi.
Così decidemmo una cosa normalissima, mia moglie restava a casa con la bambina e io accompagnavo Anna in macchina.
Fine.
Una scena normalissima.
Scendemmo dal palazzo e appena fuori io le diedi il braccio, perché da sola avrebbe rischiato pure di inciampare sul marciapiede.
La accompagnai fino alla macchina, poi fino a casa sua, starò stato fuori mezz’ora forse.
Per me la storia finiva lì.
Ma io evidentemente sottovalutavo il potere della disoccupazione mentale nei paesini.

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