“Piripipipiiiii piripipi pi-ri-pi-piiii!”
Lo riconoscete, vero?
È il suono — stonato — della nostra infanzia.
Il richiamo della specie scolastica più temuta: il ragazzino di seconda media con flauto in mano e spartito davanti.
Dagli 11 ai 13 anni eravamo tutti, inevitabilmente, vicini infami.
La nostra infamità non derivava da scelte morali o gesti vandalici, ma dalla scuola media e da quell’oggetto diabolico chiamato flauto dolce.
Dolce, sì… come un colpo di martello.
In mano a un musicista può evocare melodie delicate, quasi zen, da meditazione o musica classica barocca.
In mano a un dodicenne con l’apparecchio e poca voglia di vivere, diventa un’arma acustica di distruzione di massa.
Un attentato alle orecchie, alla pazienza e al buon senso.
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