Vivo all’estero dal 2013 e pensavo di aver già incontrato ogni possibile categoria di vicino. Poi mi sono trasferita nell’appartamento attuale e ne ho trovati due capaci di lavorare in perfetta sinergia: uno mi distrugge i timpani durante il giorno, l’altro completa l’opera di notte.
Il primo è un aspirante musicista che, evidentemente, si sta preparando per una futura edizione di X Factor.
All’inizio sentivo soltanto uno strano strimpellare in sottofondo, accompagnato da una voce simile a quella di un gatto stitico. Passando poco tempo in casa, riuscivo anche a fingere che non fosse un problema.
Poi le esibizioni sono diventate quotidiane, spesso dalle otto del mattino fino a sera.
Dopo ore di concerto, mi ritrovavo a battere contro il muro e a gridare in perfetto stile Mara Maionchi:
“Uèèèè, e alloraaaa?”
Per difendermi ho sperimentato diverse tecniche. La prima è stata mettere “Ecuador” di Sash in loop. Sì, sono vecchia, ma alla quarta ripetizione spesso il cantante si arrendeva.
Ho provato anche con sessioni di karaoke: tra me e Gabriele Donato non saprei dire chi sia più stonato, ma se noi dobbiamo ascoltare lui, mi sembra giusto che lui ascolti noi.
Ultima soluzione: musica casuale da Spotify a volume sufficiente per coprirlo. Purtroppo il suo melodramma riesce quasi sempre a filtrare lo stesso.
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