Ho comprato una casa all’asta. Sembra l’inizio di una nuova vita, di una di quelle storie dove ci si rimbocca le maniche e si mette tutto a posto, mattone dopo mattone. Peccato che qui il mattone sia abusivo. Anzi, tutto il seminterrato lo è.
Il Comune mi ha subito detto: “Bisogna chiudere il condono dell’intero fabbricato”. Non un condono qualsiasi, ma uno che era già stato aperto e riaperto più volte, la prima addirittura nel 1986. Un classico italiano, insomma: pratiche lasciate a metà, faldoni che viaggiano da un ufficio all’altro per quarant’anni senza mai arrivare a destinazione.
Fin qui, uno direbbe: va bene, sistemiamo. Ma i problemi iniziano quando entrano in scena i vicini. O meglio, i miei coinquilini forzati: nipote al seminterrato (abusivo), io al primo piano, lo zio al secondo. Una palazzina che sembra uscita da una saga familiare, con zii, nipoti ed eredità intrecciate come in una telenovela.
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