Abito in un condominio di sei appartamenti, quelli anni ’80 con i balconi uno sopra l’altro come cassetti mezzi aperti. Non è il palazzo più elegante del quartiere, ma fino a un paio d’anni fa si viveva tranquilli: buongiorno sulle scale, due parole sul meteo, la solita vita da palazzo.
Poi è arrivato il nuovo vicino del secondo piano.
Non so come si chiami. Giuro. Però so una cosa di lui: ama fare il barbecue.
Ma non nel senso normale.
Nel senso tutti i giorni.
La prima volta era maggio. Profumo di carne alla griglia, gente che ride sul balcone. Ho pensato: vabbè, ci sta.
La seconda volta pure.
Alla quinta volta in una settimana ho iniziato a sospettare qualcosa.
Alle sette e mezza precise, come una specie di rituale, accende il barbecue sul balcone. Non uno di quei cosini elettrici… no. Un mostro a carbonella, con fumo che sembra la partenza di una locomotiva.
Il problema non è solo l’odore.
È il fumo che sale dritto nel mio salotto.
Una sera stavo guardando un film e a un certo punto la stanza sembrava una sagra dell’arrosticino. Ho dovuto aprire tutte le finestre, ma l’aria sapeva comunque di salamella.
Dopo due settimane ho provato a dirglielo.
Sono sceso, educato.
“Guardi, forse il barbecue sul balcone… fa un po’ troppo fumo.”
Lui mi guarda serio e dice:
“Eh ma io lavoro tutto il giorno. Questa è la mia felicità.”
E come fai a discutere con uno che ti presenta la brace come filosofia di vita?
Comunque ho lasciato perdere.
Il vero problema è arrivato a luglio.
Pagine: 12
Lascia una risposta