Da qualche anno ho smesso di vivere serenamente il balcone.
Sembra assurdo da dire, ma ormai ogni volta che stendo qualcosa, lavo un oggetto o semplicemente appoggio una scatola fuori casa mi sento come se stessi esponendo merce in vetrina.
Le responsabili sono la mia vicina dirimpettaia e sua madre, presenza fissa, costante, onnipresente, praticamente una coppia specializzata nell’osservare la roba degli altri con l’attenzione di due agenti dell’inventario.
Abitiamo in due condomini vicinissimi e i nostri balconi si guardano praticamente in faccia, quindi per loro la mia vita domestica è diventata una specie di catalogo interattivo.
Qualunque cosa io possieda improvvisamente interessa a qualcuno della famiglia.
Stendo una maglietta di mia figlia?
Tempo trenta secondi:
“Che bella, piacerebbe tantissimo alla mia ****, quando alla tua non va più me la dai.”
Lavo dei contenitori di plastica e li metto fuori ad asciugare?
Lei compare immediatamente sul balcone:
“Li devi buttare? No perché a me servirebbero.”
Quando rispondo che no, non li sto buttando ma semplicemente lavando, vedo proprio la delusione vera sul viso, quella sincera, come se avessi appena negato un’eredità.
E il problema è che non si fermano mai.
Perché spesso le richieste non sono nemmeno per loro direttamente, diventano una specie di catena familiare dei desideri:
serve alla figlia, alla nipote, alla madre, alla cugina, a chiunque.
Qualunque cosa io abbia, casualmente loro la stanno cercando da mesi.
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