Vivo con la mia famiglia nella porzione centrale di una trifamiliare isolata in mezzo alla campagna, un posto che sulla carta rappresenta la pace assoluta: poche case, tanto verde, stradine secondarie, silenzio interrotto solo dal vento o da qualche trattore lontano. Ogni unità ha il suo piccolo giardino, giusto lo spazio per illudersi di avere privacy, tranquillità e una vita lontana dal caos cittadino.
Alla nostra destra abitano i vicini ideali. Una famiglia praticamente mai presente. Lavorano tutto il giorno, rientrano tardi, nel weekend spesso spariscono. Li vedi giusto quando tagliano l’erba o parcheggiano l’auto e poi di nuovo il nulla. Nessun rumore, nessuna invadenza, nessuna interazione forzata. Se esistesse un premio per il miglior vicino invisibile, lo vincerebbero a mani basse.
Alla nostra sinistra, invece, c’è l’altra faccia della medaglia. Quella che ti fa capire che il problema non è dove vivi, ma con chi condividi lo spazio.
Una famiglia che definire “disagiata” non è un insulto, è una descrizione oggettiva. Mamma e papà che faticano a mettere insieme una frase in italiano, comunicazione minima, sguardi sempre guardinghi. I figli — adolescenti, tra i 15 e i 18 anni — chiusi in casa come monaci digitali, sempre davanti al computer, tapparelle mezze abbassate, zero amici, zero uscite, zero vita sociale visibile. Un’atmosfera perennemente sospesa, come se il tempo lì dentro si fosse fermato.
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