Parecchi anni fa vivevo in un condominio grande, di quelli che sembrano un piccolo paese più che un palazzo: sessanta appartamenti divisi in due palazzine e un unico grande piazzale dove tutti parcheggiavano le macchine. Era il classico posto dove, anche se non conosci davvero tutti, sai riconoscere le auto, gli orari e perfino i passi di chi sale e scende le scale.
I problemi iniziarono lentamente. All’inizio sembravano semplici atti di vandalismo: una mattina scendi e trovi la gomma bucata, un’altra volta ti accorgi di una riga nuova sulla portiera. Poi inizi a sentire che è successo anche ad altri. Non uno o due casi isolati, ma quasi a tutti, e sempre di notte. A quel punto non era più solo fastidio, era la sensazione di vivere accanto a qualcuno che si divertiva a fare danni.
Così il condominio decise di installare un impianto di videosorveglianza nel parcheggio. Sembrava la soluzione logica: controllare chi entrava e usciva, scoraggiare chiunque stesse giocando con le nostre auto. Per qualche giorno regnò una specie di calma apparente, come se tutti sperassero che il peggio fosse passato.
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