Abito in centro a Pescara, in uno di quei palazzi anni ’60 con i balconi pieni di gerani e le tapparelle che fanno un rumore assordante quando si alzano. Il sabato pomeriggio di solito è tranquillo, si sente solo il ronzio dei motorini sul lungomare e qualche tv accesa con il volume troppo alto. Invece, sabato scorso, intorno alle tre, è successo qualcosa che ancora oggi ci fa parlare tra un caffè e una sigaretta: il mio vicino ha deciso di **fare la guerra ai piccioni**.
Ora, precisiamo: i piccioni in zona sono un problema. Atterrano sui cornicioni, sporcano tutto, beccano i vasi, grattano sulle tende da sole. Una volta ho visto uno che si è infilato in una cucina al primo piano come se fosse casa sua. Quindi posso anche capire l’esasperazione. Ma quello che il mio vicino ha fatto va oltre ogni logica.
Io stavo stendendo i panni quando ho sentito un rumore secco, tipo *POP*, poi un altro *POP*, e poi un terzo, più sordo. All’inizio ho pensato a dei tappi di bottiglia, o a qualcuno che provava una pistola giocattolo. Mi affaccio. Ed eccolo lì: il vicino del terzo piano, affacciato con una pistola nera in mano, di quelle da softair, che prendeva la mira con estrema serietà. Non so se pensava di essere in un videogioco o se stava solo sfogando una frustrazione profonda, ma stava sparando ai piccioni **dalla finestra di casa sua**. In pieno centro. A viso scoperto. Con gente che passava in strada e i palazzi di fronte pieni di finestre.
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