Il mio vicino di casa litiga con la compagna. Non è una novità, nel senso che non è la prima volta che li sentiamo discutere, ma questa volta la cosa prende una piega diversa, più scomposta, più inquieta. Voci che salgono, porte che sbattono. A un certo punto lui se ne va. Poi se ne va anche lei. Poi, come in una cattiva coreografia già vista, lui torna.
Non sa che lei se n’è andata davvero. O forse lo sa, ma non lo accetta. Fatto sta che arriva sotto casa e suona al citofono. Nessuna risposta. Suona ancora. Aspetta. Niente. È lì che scatta qualcosa.
Sono circa le 23 del primo gennaio. Il quartiere è ancora sospeso in quel limbo strano tra festa finita e sonno forzato, con i botti ormai lontani e le teste pesanti. Nel silenzio improvviso, i colpi risuonano secchi: calci violenti contro il portoncino d’ingresso condominiale. Calci veri, pieni, di rabbia. Il metallo vibra, il vetro trema. Alla fine cede.
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