L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Chiacchiere di notte come se fosse pomeriggio

Quando sono andata ad abitare nella casa in cui vivo tutt’ora ero sinceramente contenta. Mi sembrava una sistemazione ideale, quasi una piccola conquista personale. Al piano di sotto c’era una coppia di amici, giovani, tranquilli, con il primo bimbo appena arrivato. Sopra di me nessuno, perché ero al quarto e ultimo piano. Nella mia testa era la combinazione perfetta: niente passi sopra la testa, persone conosciute sotto, una vita normale, prevedibile, civile. Ingenua, col senno di poi, ma allora davvero convinta di aver trovato un equilibrio raro.

Otto anni dopo, mi sono resa conto che uno dei sogni ricorrenti della mia vita è andare a vivere in una casa isolata, possibilmente in mezzo al nulla, con il vicino più prossimo a chilometri di distanza. Non per amore della solitudine estrema, ma per il desiderio profondissimo di non sentire più nessuno vivere. Perché averli sotto è come averli sopra. Anzi, forse peggio.

Quando camminano, rigorosamente scalzi, mi chiedo come facciano a non rompersi i talloni. È un mistero biomeccanico: ogni passo sembra un colpo secco, pieno, deciso, come se il pavimento fosse un tamburo e loro avessero deciso di suonarlo senza pietà. Poi ci sono le tapparelle. Tirate su e giù a qualsiasi ora. Mai una volta sola. Prima mezzo millimetro, poi dopo un po’ un altro mezzo millimetro, poi ancora. Un rituale infinito. Finché, quando finalmente vanno a letto — tipo all’una di notte — arriva la tirata unica, definitiva, quella che sembra dire: “E ora arrangiati”.

Ecco un altro VDI:   Lanciatori di professione

Lascia una risposta