Gentili vicini del terzo piano (quelli con la porta decorata a Natale e ancora così da febbraio),
vorrei condividere con voi una riflessione che mi porto dietro da qualche tempo.
Niente di grave, per carità.
Solo un elenco (parziale) di cose che ho trovato, toccato o evitato a fatica nelle aree comuni del palazzo, negli ultimi due mesi:
– Due bottiglie d’acqua vuote appoggiate accanto alla porta del contatore (come se fossero in punizione).
– Tre palline da ping pong nel cortile. Non abbiamo un tavolo da ping pong. Nessuno sa da dove arrivino.
– Una busta della spesa con dentro un solo guanto da forno. Sporco.
– Quattro mozziconi di sigaretta schiacciati con cura sul corrimano della scala.
– Una buccia di banana piegata in due (per il compost, immagino… invisibile).
– Un tovagliolo incastrato tra la ringhiera e la parete, come una bandiera bianca tra fazioni nemiche.
E soprattutto:
– Un cucchiaio.
Appoggiato sul davanzale delle scale.
Pulito.
Solido.
Tranquillo.
Abbandonato come se stesse aspettando di essere raccolto da un altro cucchiaio e portato via.
Non è tanto la sporcizia.
Non è neanche la sciatteria.
È la tranquillità con cui tutto viene lasciato lì, come se l’androne fosse una gigantesca discarica spirituale.
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